L’Augusto: il clown che ride davanti alla paura
Lumen Insight
“A volte far ridere è il modo più umano per rispondere all’orrore.”
Ci sono figure che, più di altre, riescono a trasformare la fragilità in linguaggio. Il clown è una di queste. Dietro il trucco, dietro il gesto esagerato, dietro la caduta e la risata, può nascondersi una domanda profonda: chi siamo quando smettiamo di fingere?
“L’AUGUSTO (Far finta di essere...clown)” nasce proprio da questa tensione. Non racconta soltanto la maschera del clown, ma la usa come strumento per attraversare temi più complessi: la paura, l’ansia, il panico, la guerra interiore, il bisogno di riconoscersi e la possibilità di ribellarsi a un’idea di perfezione che spesso diventa gabbia.
Perché L’Augusto è un corto da vedere
- Racconta il clown come simbolo di ribellione e fragilità.
- Nasce da un progetto didattico ispirato a Gaber e Luporini.
- Affronta temi come paura, identità, ansia, panico e disagio psichico.
- Collega cinema, scuola, teatro e memoria culturale.
- Richiama il pensiero di Laing e il contesto della legge Basaglia.
Il clown Augusto come risposta all’orrore
Nel corto, l’Augusto rappresenta una risposta creativa all’urlo interiore dell’uomo. È la voglia di far ridere nonostante tutto, anche quando il tempo sembra ripetere gli stessi orrori, le stesse paure, le stesse ferite.
L’Augusto non è il clown ordinato, preciso, controllato. È il bambino che si ribella. È colui che inciampa, si rotola per terra, rompe la compostezza e mette in crisi la figura del clown Bianco, simbolo della regola, della perfezione e dell’autorità.
In questa contrapposizione nasce il cuore del corto: da una parte l’ordine, dall’altra la contestazione; da una parte la maschera impeccabile, dall’altra il corpo che cade, ride, si sporca e resiste.
Far finta di essere… clown
Il film nasce all’interno del progetto didattico “Far finta di essere …clown”, un percorso che ha scelto di partire dall’arte per parlare di identità, disagio e consapevolezza.
Al centro del lavoro c’è l’opera di Gaber/Luporini “Far finta di essere sani”, ispirata a “L’io diviso” di R. D. Laing, con particolare attenzione alle canzoni “Dall’altra parte del cancello” e “L’elastico”.
Attraverso questi riferimenti, il progetto ha aperto uno spazio di riflessione su temi profondi e ancora attuali: la schizofrenia, le psicosi, i disturbi psichici, il disagio mentale, ma anche il contesto storico e culturale degli anni Settanta, fino alla legge 180/78, legata alla figura di Franco Basaglia e alla trasformazione del modo di guardare alla salute mentale.
Il valore del progetto didattico
La forza di “L’Augusto” sta anche nella sua origine. Non è solo un corto da guardare, ma il risultato di un percorso educativo in cui cinema, teatro, musica e studio si incontrano.
Il progetto ha permesso di affrontare argomenti complessi attraverso un linguaggio creativo, rendendo il clown non una semplice figura comica, ma una chiave per leggere il rapporto tra individuo e società.
L’approfondimento sulla figura di Giorgio Gaber è stato supportato anche dalla Fondazione Gaber, rafforzando il legame tra memoria culturale, didattica e sperimentazione artistica.
Una maschera per cercare la verità
Il clown, per definizione, indossa una maschera. Ma in questo caso la maschera non serve a nascondere: serve a rivelare.
L’Augusto mostra ciò che spesso viene represso: la paura di non essere abbastanza, la difficoltà di stare dentro una forma imposta, il bisogno di cadere per potersi rialzare in modo diverso.
La sua ribellione non è distruttiva. È vitale. È un modo per dire che anche dentro il disordine, anche dentro la fragilità, può nascere una forma di libertà.
Un corto tra cinema, scuola e memoria culturale
“L’AUGUSTO (Far finta di essere...clown)” unisce il linguaggio cinematografico alla riflessione didattica e sociale. Il corto parte dalla figura del clown per arrivare a temi più ampi: il disagio psichico, la memoria storica, la contestazione, il rapporto tra individuo e norma.
Il riferimento a Gaber e Luporini non è soltanto culturale, ma profondamente umano. “Far finta di essere sani” diventa una lente attraverso cui osservare l’apparenza, la normalità, la frattura interiore e la difficoltà di essere davvero se stessi.
In questo senso, l’Augusto non è soltanto un personaggio. È una possibilità. È la parte fragile, comica, infantile e ribelle che prova a sopravvivere davanti alla paura.
La forza educativa del cinema breve
Nel caso de “L’AUGUSTO (Far finta di essere...clown)”, il cortometraggio diventa anche uno strumento educativo. La durata breve non limita la profondità del racconto, ma concentra il messaggio in una forma essenziale, capace di unire immagine, gesto, musica, parola e simbolo.
Il valore del progetto sta proprio nella possibilità di usare il cinema come ponte tra studio e sensibilità personale. Temi complessi come il disagio psichico, la frattura dell’identità, la paura e il bisogno di appartenenza vengono affrontati attraverso una figura apparentemente semplice: il clown. Ma dietro quella figura si nasconde una domanda molto seria, che riguarda il modo in cui ciascuno prova a stare nel mondo.
L’Augusto non cerca la perfezione. Al contrario, mette in scena l’errore, la caduta, l’imprevisto e la disobbedienza come forme di verità. In questo senso il corto parla anche ai giovani, perché mostra che la fragilità non deve essere cancellata o nascosta, ma può diventare un punto di partenza per conoscersi meglio.
Perché guardarlo su Lumen
Disponibile su Lumen dal 27 aprile, “L’AUGUSTO (Far finta di essere...clown)” è un corto che parla con delicatezza e profondità di temi difficili. Lo fa senza rinunciare alla forza del simbolo, usando il clown come immagine di resistenza, caduta, ribellione e ricerca di identità.
Su Lumen, il film trova spazio come opera indipendente ad alto valore culturale: un racconto breve, ma capace di lasciare una domanda lunga.
Perché forse, a volte, non si tratta davvero di far finta di essere clown.
Si tratta di trovare il coraggio di essere umani.